Alice nel Paese delle parole intraducibili

Alice nel Paese delle parole intraducibili

Viva Nichita Stănescu, il poeta rumeno che inventò i “non-vocaboli”! Dove mancano le parole per dire uno stato d’animo, restano le sensazioni. In fondo una parola è uno stato d’animo, un frammento di emozioni e idee espresse: lascia una traccia, come un soffio, ed è legata all’uomo come un riflesso pavloviano che descrive in modo sottile il mondo che lo circonda. Oggi il team della nostra agenzia di traduzione estrae dal cilindro del Cappellaio Matto parole difficili da tradurre. In una corsa contro il tempo tra parole, espressioni e culture, il Bianconiglio controlla con cura l’orologio da taschino. Prima di fare un tiro con il Bruco, partiamo per questo viaggio invitante. È bello assaporare queste parole sulla propria pelle: scopriremo che, anche se nella nostra lingua non esiste un equivalente, in realtà le abbiamo già vissute d’istinto.

  • L’esprit de l’escalier (francese) – la sensazione che si prova a conversazione finita, quando ci si rende conto di tutto quello che si sarebbe potuto dire.
  • Waldeinsamkeit (tedesco) – il senso di solitudine di chi si trova da solo in un bosco, a stretto contatto con la natura.
  • Gadrii Nombor Shulen Jongu (tibetano) – dare una risposta che non c’entra nulla con la domanda.
  • Litost (ceco) – lo stato di agonia e tormento causato dalla presa di coscienza della propria miseria.
  • Culaccino (italiano) – l’alone lasciato sul tavolo da un bicchiere freddo: una parola nostra che molte altre lingue non hanno.
  • Komorebi (giapponese) – l’effetto della luce del sole che filtra tra le foglie degli alberi e il gioco di luci e ombre che ne risulta.
  • Pana Poʻo (hawaiano) – grattarsi la testa nel tentativo di ricordare qualcosa che si è dimenticato.
  • Pilkunnussija (finlandese) – chi è ossessionato dal far notare agli altri gli errori di grammatica e punteggiatura.
  • Wabi-sabi (giapponese) – un modo di vivere che trova la bellezza nell’imperfezione e accetta il ciclo naturale di crescita e decadenza.
  • Cafuné (portoghese) – passare dolcemente le dita tra i capelli di qualcuno.
  • Saudade (portoghese) – una delle parole più belle: indica la nostalgia e il dolore per qualcosa che si è avuto e perso, ma che si ama ancora.
  • Mångata (svedese) – il riflesso scintillante della luna sull’acqua, simile a una strada bagnata sotto la luce.
  • Kælling (danese) – una donna brutta e infelice che urla ai suoi figli.
  • Iktsuarpok (inuit) – uscire più volte di casa per controllare se un ospite è arrivato.
  • Neidbau (tedesco) – un edificio privo di valore per il proprietario, costruito al solo scopo di dare fastidio ai vicini.
  • Jayus (indonesiano) – una battuta raccontata così male e così poco divertente da far ridere comunque.
  • Kyoikumama (giapponese) – una madre che spinge senza tregua il figlio verso ottimi risultati scolastici.
  • Tartle (scozzese) – esitare nel presentare qualcuno perché se ne è dimenticato il nome.
  • Myötähäpeä (finlandese) – la vergogna che si prova per un altro quando si copre di ridicolo senza accorgersene e noi ne siamo testimoni.

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